Scienza dell’esperienza è un podcast di approfondimento su psicologia e medicina, attraverso un approccio fenomenologico e post-razionalista. 

Approfondimenti e informazioni per recuperare un ruolo attivo e consapevole nella cura di sé nell’affrontare le problematiche di salute più frequenti, e a volte, più drammatiche.  Approfondimenti per mettere in luce il legame, troppo spesso ignorato, tra sintomi, segni, ed esperienza vissuta, in altre parole le nostre emozioni, il nostro modo di comprendere il mondo e quello che ci sta accadendo. 

Perché ogni cura, per essere realmente efficace, ha bisogno del coinvolgimento attivo della persona ‘in carne ed ossa’. Ogni podcast affronterà delle problematiche di salute specifiche, con l’obiettivo di fornire le informazioni cliniche e scientifiche più aggiornate. 

L’approccio fenomenologico post-razionalista è un ambito di ricerca e pratica clinica che connette saperi in apparenza lontani quali la fenomenologia ermeneutica, le neuroscienze, la psicologia cognitiva e la sociologia per ri-definire e ricomprendere l’esperienza pratica di vita, la traiettoria dell’identità personale, e fornire un senso ‘esistenziale’ e storico alla sofferenza e ai sintomi clinici più diffusi nella pratica clinica.

Tale ri-comprensione avviene all’interno di un quadro concettuale in grado di far dialogare l’esperienza in prima persona dei pazienti con gli odierni dati ‘oggettivi’ della ricerca scientifica.

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In questo primo episodio di ‘Scienza dell’esperienza‘, podcast di approfondimento su psicologia e medicina, secondo un approccio fenomenologico e postrazionalista, parliamo di Emicrania e Cefalee. Lo facciamo con la dott.ssa Claudia Lanni, psicologa, psicoterapeuta, specialista in Psicoterapia Cognitivo-Neuropsicologica, dal 2012 impegnata nello studio e approfondimento della cura e prevenzione della cronicizzazione delle cefalee in collaborazione con il Centro Cefalee dell’ Ospedale Civile Santi Antonio e Biagio e Cesare Arrigo di Alessandria. Buon ascolto.

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emicrània s. f. [dal lat. tardo hemicrania, gr. ἡμικρανία, comp. di ἡμι- «mezzo1» e κρανίον «cranio»]. – In medicina, affezione caratterizzata da cefalea accessionale per lo più unilaterale, generalmente preceduta da alterazioni della funzione visiva accompagnata spesso da disturbi a carico dell’apparato digerente (vomito, nausea, ecc.); più frequente nel sesso femminile, è probabilmente connessa alla presenza di un fattore ereditario, e a patogenesi non ancora ben chiara. In senso generico, e nell’uso com., temporaneo mal di testa: avere, accusare una violenta e.; soffrire di emicrania.Treccani“L’emicrania non è un sintomo ma una malattia neurologica che affligge soprattutto il sesso femminile e rappresenta la terza patologia più frequente e la seconda più disabilitante del genere umano secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) [GBD 2017].Oggi l’emicrania è una delle patologie neurologiche sulle quali è disponibile il maggior numero di conoscenze scientifiche e per le quali è disponibile il maggior numero di farmaci innovativi, specifici e selettivi.Ciononostante rimane una malattia misconosciuta e sotto-trattata, a dispetto di una disabilità tanto grave e di costi così imponenti. L’emicrania è ancora oggi definibile, con Pirandello, un personaggio in cerca di autore, cioè una patologia severa che vaga ancora sforzandosi di rappresentare alle Istituzioni il proprio dramma per ottenere finalmente riconoscimento e cure idonee.La letteratura stima una prevalenza dell’emicrania pari al 14% della popolazione mondiale. Se ci si focalizza però nel periodo compreso tra pubertà e menopausa, circa il 27% delle donne ne risulta affetto. Studi condotti sulla popolazione italiana hanno dimostrato percentuali ben più alte e preoccupanti. Una celebre indagine di popolazione svolta mediante intervista diretta su 904 adulti abitanti a Parma, ha dimostrato una prevalenza dell’emicrania pari al 24,7%, corrispondente al 32,9% delle donne e al 13% degli uomini [Ferrante et al. 2012]. Numeri ancora maggiori per la nostra penisola giungono di nuovo da uno studio di popolazione su 3500 soggetti della ASL di Pavia intervistati mediante questionario postale che ha evidenziato una percentuale di soggetti affetti pari al 42,9% (54,6% nel sesso femminile, 32,5% in quello maschile) [Allena et al. 2015].” Tratto da EMICRANIA: UNA MALATTIA DI GENERE IMPATTO SOCIO-ECONOMICO IN ITALIA. A cura dell’Istituto Superiore di Sanità Centro di Riferimento per la Medicina di GenereContinua a leggere cliccando qui.
Per approfondire:

thejournalofheadacheandpain.biomedcentral.com

www.sisc.it

www.humanitas.it/news/emicrania-cefalea-muscolo-tensiva-distinguerleamericanmigrainefoundation.org/resource-library/comorbidities-of-migraine

www.iasp-pain.orgjournals.lww.com/pain

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Nel podcast n.3 di ‘Scienza dell’esperienza‘, parliamo di psicologia, di umanizzazione delle cure sanitarie, di cambio di paradigma nell’ambito della salute e della sanità pubblica a partire dalla fenomenologia. Lo facciamo con il dott. Stefano Marchese, psicologo, educatore e psicoterapeuta, docente IPRA. Lavora nel campo della cronicità e della patologia organica, sostenitore di reti e della funzione pubblica dell’intervento psicologico, costruttore di possibilità, libero professionista.Buon ascolto! Per approfondire i contenuti del podcast “Per una Medicina Umana. Quale ruolo per la fenomenologia in ambito medico?”: FONDAMENTI DI PSICOTERAPIA FENOMENOLOGICA La sofferenza dei pazienti non è omologabile a un guasto da riparare. Non si tratta di ripristinare la funzionalità di un organismo ancora inteso – sulla base dell’ontologia antica che si declina variamente fino a Kant e a Fichte, e attraverso la loro influenza sulla fisiologia ottocentesca arriva alle neuroscienze – come quel che permane e dev’essere ogni volta compreso alla luce di una qualsivoglia teoria e di principi invarianti che si suppone reggano lo sviluppo di ciascuno. Ma è pensabile di collocarsi fuori da un simile paradigma? Il sé si può cogliere scientificamente, e curare, senza presupposti teorici vincolanti e modelli a priori? È quanto si prefigge la psicoterapia fenomenologica, di cui Giampiero Arciero, Guido Bondolfi e Viridiana Mazzola delineano qui i fondamenti, con un rigore epistemico e degli snodi metodici diversi da quelli delle scienze naturali. Se, in questa prospettiva, la psicologia diventa scienza dell’esperienza personale e del suo significato, l’accesso all’altro, alla sua assoluta singolarità, deve affidarsi anche alla subtilitas, la finezza di spirito raccomandata dagli ermeneuti. E mentre il dominio della cura si apre a convitati inusuali per le terapie della psiche, dai Padri del deserto a Heidegger, una concettualità rinnovata sgretola le paratie tra il senso e i fatti, i processi psichici e gli avvenimenti, sovvertendo la metafisica corrente dell’intersoggettività: la motilità della vita si attualizza già sempre in contesti di significatività, il corporeo si dilata oltre i confini della carne, perché partecipa alla relazione con l’altro prima di ogni mediazione empatica. L’affrancamento dalle psicoterapie scientifiche abituate a strappar via l’esperienza dalla vita ha oggi il nome di fenomenologia.FONDAMENTI DI PSICOTERAPIA FENOMENOLOGICA GIAMPIERO ARCIERO, GUIDO BONDOLFI, VIRIDIANA MAZZOLATentiamo una preliminare definizione di ‘vita umana’: un movimento storico e identitario che caratterizza un soggetto che fa esperienza, un soggetto capace di ‘essere colpito’ dall’esperienza umana, esserne assoggettato, in modo tale da poter intervenire nella propria vita attraverso la realizzazione o meno di progetti tesi ad attuare se stesso, principalmente tramite il linguaggio che raccoglie la possibilità di ‘essere colpito’ e di progettarsi in un racconto.LA PSICOLOGIA CLINICA COME SAPERE FONDAMENTALE PER (SAPER) VIVERE E (SAPER) MORIRE STEFANO MARCHESESempre dallo stesso articolo, il rapporto tra fenomenologia, psicologia e vita:“Questa articolazione non viene tenuta in considerazione nel processo di monitoraggio dei parametri biologici che finiscono per essere considerati le uniche premesse per il mantenimento dello stato in vita: in realtà costituisce ciò senza cui una vita non può definirsi ‘umana’ e non esiste come tale.Il concetto nasce dall’applicazione di un metodo fenomenologico denominato da Heidegger indicazione formale che prevede tre semi di senso o momenti dell’esplicitazione in fenomeno di un oggetto.
  1. Il primo senso è quello del contenuto: un oggetto che si manifesta, che ci colpisce.
  2. Il secondo senso è quello del riferimento, la rete potenziale e differenziale dei rimandi a cui quell’oggetto è relato, compreso il modo in cui colpisce il soggetto di esperienza, l’orizzonte delle significatività
  3. Il terzo senso, quello dell’attuazione, è il modo concreto in cui si realizza nella storia quell’oggetto.
Per quanto riguarda l’indicazione di contenuto, l’oggetto ‘vita’, l’esser vivi, si impone come lo stato spontaneo di una qualsiasi persona ma non lo mettiamo a tema, non diciamo mai di tizio che è vivo, questo dato viene premesso: è un evidenza. Diverso è se andiamo al funerale di tizio, il suo stato ci colpisce come mancanza di vita connotando questa mancanza come condizione biologica. Difatti, se pensiamo ad una persona in vita, pensiamo ad una persona i cui processi biologici sono funzionanti, supponiamo qualcosa su cui in genere in prima battuta non riflettiamo esplicitamente. Ma si è visto dall’indicazione suggerita che non è questa una definizione ‘umana’ della vita.Attraverso il secondo senso, quello di riferimento, possiamo ricollocare la vita dentro un quadro articolato secondo un modo di incontrare questa vita specifica che mi colpisce, più evidente nella sua mancanza che nella sua presenza.Attraverso il terzo senso, quello dell’attuazione, è possibile osservare cosa fa una vita nella propria esistenza, nella propria storia che è a sua volta dentro una struttura storica più generale, ovvero l’articolazione delle possibilità d’essere che una determinata epoca offre al soggetto dell’esperienza.Per una lettura ‘clinica’ di questi momenti dell’esperienza, di seguito verranno presentate alcune ipotesi riguardo ai Servizi che hanno l’obiettivo di tutelare e ristabilire la salute a partire dal tutelare e ristabilire la vita, passando da un modo ‘pre-umano’ ad un modo ‘umano’.Innanzitutto va data una cornice ‘fenomenologica’ (in questa sede usata come sinonimo di ‘umana’ nei termini simili a quelli usati per definire la vita) all’oggetto ‘farmaco’ che, a livello preliminare, è un oggetto che ha ricadute biologiche sul corpo in vita. In termini ‘umani’, invece, il farmaco è il tempo sottratto al meccanismo patogeno, che consente al soggetto di ristabilirsi dentro il contesto dei suoi abituali incontri significativi con l’esperienza.Un qualsiasi farmaco salvavita mette facilmente in evidenza questa correlazione, non a caso, perché si situa al limite con la dimensione in cui la vita appare come oggetto preliminare: il rapporto con la morte. Come nell’esempio di Tizio che, se lo incontriamo per strada, non mettiamo a tema che lui sia vivo ma se dovessimo malauguratamente recarci al suo funerale ci troveremmo a rimpiangerne la vita. Così il farmaco è il primo intervento, chimica che agisce sul tempo vissuto dal soggetto che fa esperienza. In termini ‘umani’ il suo compito, evidentemente, non ha a che vedere con il dato biologico ma con cosa quel farmaco consente di fare.A partire dal farmaco, inteso come elemento ‘pre-umano’, si sono strutturati tutti i Servizi riguardanti la salute, basti pensare ai Centri di Salute Mentale ma anche ai Centri di Diabetologia territoriale, agli Ambulatori di cardiologia, nefrologia, oncologia e via dicendo. Sono tutti luoghi che hanno una molecola o un insieme di molecole che li definiscono, in cui l’umanizzazione delle cure è ridotta alle presenza di uno psicologo, qualora ci sia, a presidiare il versante ‘psicosociale’ del paradigma biopsicosociale. A quel livello, però, la cura potrebbe esaurirsi già a livello ‘bio’ perché ad essere insignito del merito guaritivo è la molecola, che non ha in sé nessuna peculiarità umana e, quindi, prerogativa curativaA ben vedere, quindi, i Servizi di cura, ma forse anche i dispositivi (su cui però bisogna fare un discorso più ampio), sono tutti generati da oggetti pre-umani ovvero pre-fenomenici.

 

 

I disturbi dello spettro autistico (dall’inglese Autism Spectrum Disorders, ASD) sono un insieme eterogeneo di disturbi del neurosviluppo caratterizzati da deficit persistente nella comunicazione sociale e nell’interazione sociale in molteplici contesti e pattern di comportamenti, interessi o attività ristretti, ripetitivi. Ne parliamo con la dott.ssa Alessandra Amendola, Psicologa, Psicoterapeuta, esperta in Disturbi Specifici dell’Apprendimento e del Comportamento, Psicologia Giuridica, psicodiagnosi e relazione psicologica, che da anni lavora nella diagnosi, terapia e riabilitazione di bambine e bambini che vivono questa condizione.
Buon ascolto.

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Le caratteristiche della sintomatologia clinica possono essere estremamente eterogenee sia in termini di complessità che di severità e possono presentare un’espressione variabile nel tempo. Inoltre, le persone nello spettro autistico molto frequentemente presentano diverse co-morbilità neurologiche, psichiatriche e mediche di cui è fondamentale tenere conto per l’organizzazione degli interventi.Quanto sono diffusi?Gli studi epidemiologici internazionali hanno riportato un incremento generalizzato della prevalenza di ASD. La maggiore formazione dei medici, le modifiche dei criteri diagnostici e l’aumentata conoscenza del disturbo da parte della popolazione generale, connessa anche al contesto socio-economico, sono fattori da tenere in considerazione nell’interpretazione di questo incremento.
Attualmente, la prevalenza del disturbo è stimata essere circa 1 su 54 tra i bambini di 8 anni negli Stati Uniti, 1 su160 in Danimarca e in Svezia, 1 su 86 in Gran Bretagna. In età adulta pochi studi sono stati effettuati e segnalano una prevalenza di 1 su 100 in Inghilterra. Va ricordato che per comprendere la diversità delle stime di prevalenza è necessario considerare anche la variabilità geografica e le differenze metodologiche degli studi da cui tali stime originano.In Italia, si stima 1 bambino su 77 (età 7-9 anni) presenti un disturbo dello spettro autistico con una prevalenza maggiore nei maschi: i maschi sono 4,4 volte in più rispetto alle femmine.
Questa stima nazionale è stata effettuata nell’ambito del “Progetto Osservatorio per il monitoraggio dei disturbi dello spettro autistico” co-coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità e dal Ministero della Salute. Nel progetto, finanziato dal Ministero della Salute – Direzione Generale della Prevenzione Sanitaria la stima di prevalenza è stata effettuata attraverso un protocollo di screening condiviso con il progetto europeo ‘Autism Spectrum Disorders in the European Union’ (ASDEU) finanziato dalla DG Santè della Commissione Europea.Per approfondire consulta:

 Nell’episodio di oggi intervistiamo il dott. Catello Parmentola, psicologo e psicoterapeuta, componente della Commissione Deontologia dell’Ordine Nazionale che estese il primo Codice Deontologico degli Psicologi italiani.Parmentola è autore di un testo uscito nel 2022: “La storia della psicologia italiana. Per connettere, identificare, appartenere”, nel quale ripercorre la storia della psicologia italiana, soffermandosi su alcuni punti di svolta, che dalle origini ci hanno condotto fino alla legge istitutiva del 1989 e alla legge 3/2018 che ha fatto rientrare la psicologia tra le professioni sanitarie.Con lui parliamo di epistemologia e ci interroghiamo sull’oggetto della psicologia e sul ruolo dello psicologo nel mondo e nell’ambito sanitario (che viene approfondita in una seconda parte dedicata di questo approfondimento). Buon ascolto.

 Quale ruolo per la psicologia in ambito medico? Questa sarà una domanda costante che ci porremo costantemente nel podcast Scienza dell’esperienza. Nella seconda parte di una lunga e approfondita chiacchierata con il dott. Catello Parmentola (ascolta la prima parte, cliccando qui), già componente della commissione che ha redatto il codice deontologico italiano degli Psicologi e ha ‘fondato’, insieme ad altri illustri colleghi, i confini professionali pratici, reali, di questa professione, parliamo del ruolo che la psicologia può avere in diversi ambiti sanitari.

Nel suo percorso professionale, il dott. Parmentola ha promosso, ‘inventato’, e sviluppato la presenza dello psicologo in diabetologia, al fine di favorire la cura e la presa in carico della persona, o meglio, la ‘calibratura’ sulla soggettività al fine di favorire l’efficacia terapeutica degli interventi sanitari.Iniziativa nata dall’insoddisfazione e dai palesi limiti di un approccio biomedico che vuole occuparsi solo di un pancreas, lasciando nella più oscura insignificanza i piani della vita della persona in cura.

Senza una parallela presa in carico dei bisogni della persona, la cura specialistica diviene una cura sul paziente, in cui l’ascolto della persona portatrice della condizione viene messa in secondo piano, come se la dimensione soggettiva non avesse un impatto reale sulla salute globale e/o sulla comparsa e intensità degli stessi sintomi fisici e psicologici imposti dalla condizione di malattia.

Una persona coinvolta nella cura di sé è, nella pratica clinica, un alleato fondamentale per lo specialista. E ha un impatto importante sugli esiti di salute di progetti terapeutici pensati per affrontare patologie complesse, croniche, che richiedono un approccio multidisciplinare, in cui il ruolo attivo della persona è essenziale. Tuttavia, una persona è attiva nella cura di sé, solo quando questo serve a raggiungere obiettivi concreti che coinvolgono la propria vita concreta.

Il piano esistenziale della persona stessa. Compito dello psicologo diviene quindi l’ascolto di questa soggettività, la ‘calibratura’ di questa soggettività rispetto alla capacità della persona di rispondere ai propri bisogni, continuando ad avere la possibilità di vivere e di avere una propria autonomia.In questo podcast, parliamo di questo e di molto altro ancora, stimolati dalle domande della nostra rete professionale.

 La dott.ssa Paola Tomasello è psicoterapeuta, sessuologa e formatrice.
Attualmente svolge attività clinica, di formazione e di ricerca.
Di seguito le domande che faremo alla dott.ssa Paola Tomasello:

  1. A differenza della precedente edizione, nel DSM-5 i disturbi sessuali non sono più conglobati in una stessa categoria ma in tre categorie distinte: le Disforie di Genere, le Parafilie, le Disfunzioni Sessuali.Ce ne vuoi parlare? Cosa si intende con questi termini?
  2. Parlare di ‘disfunzioni sessuali’ rimanda a una visione meccanicista, in cui dobbiamo ‘funzionare’. Anche se, da un punto di vista fenomenologico, potremmo dire che la sessualità, l’eccitazione, il piacere piuttosto ‘accade’, quando ci si lascia andare. Da un punto di vista fenomenologico, quali sono le caratteristiche salienti di queste esperienze? Quali le differenze tra i generi?
  3. Nel DSM-5, sono state aggiunte disfunzioni sessuali specifiche per genere, e, per le donne, il Disturbo da Desiderio Sessuale e il Disturbo di Eccitazione Sessuale sono stati combinati in un unico disturbo: Disturbo del desiderio sessuale e dell’eccitazione sessuale femminile. Ce ne vuoi parlare?
  4. Il vaginismo e la dispareunia, che erano spesso coesistenti e difficili da distinguere, sono stati conglobati nel disturbo del dolore genito-pelvico e della penetrazione. La proposta di riunirli in un unico disturbo è stata dettata dalla reale difficoltà di differenziare questi due disturbi nella pratica clinica. Da che cosa dipende?
  5. Nella tua esperienza clinica, ci sono pregiudizi particolari e/o idee del senso comune che possono favorire l’emergere di problemi clinici? Quali? Ce ne vuoi parlare?

 In questo podcast, parliamo di dolore da un punto di vista neurofisiopatologico con il dott. Ernesto Losavio, Primario della U.O. di Neurologia Riabilitativa ed Unità Spinale dell’ICS Maugeri di Bari.

E vediamo il dolore da un punto di vista neurologico e clinico, vedendo come le emozioni giochino un ruolo cruciale nella sua intensità, espressione e gestione.
D’altra parte, il dolore è un fenomeno soggettivo ed è importante avere sempre uno sguardo globale, capace di contestualizzare la sua insorgenza all’interno della cornice di una vita concreta in modo da non ridurre il problema alla sola dimensione farmacologica.
Con il conseguente rischio che la situazione si possa cronicizzare o auto-alimentare attraverso un uso inadeguato dei farmaci.
Buon ascolto.