Linguaggio ed esperienza

Linguaggio ed esperienza

Le parole non possono essere associate agli oggetti in modo standard e definitivo, seguendo principi astratti e a priori. Le parole infatti sono delle convenzioni associate a particolari esperienze e il linguaggio non ha una giustificazione di tipo epistemologico. Seguendo il secondo Wittgenstein, è stata dissolta qualsiasi possibilità di una fondazione analitica del linguaggio (Gargani, 2008). Il significato, quindi, non è denotativo, non indica la cosa in sé, ma è transitivo, ovvero è una forma di espressione soggettiva entro un determinato contesto pratico, culturale e sociale.

I termini, tuttavia, una volta che acquistano un particolare tono emotivo, un’atmosfera, non sono più sostituibili, perdono la loro convenzionalità, in quanto sono espressioni individuali di una personalità a contatto con una determinata esperienza. Ad esempio, la parola ansia viene associata all’attivazione dell’amigdala da un ricercatore che ci lavora da anni, ma ciò è privo di significato per una persona che associa a tale parola l’incapacità di uscire di casa. Secondo Wittgenstein, non esistono concetti universali, bensì semplici ‘somiglianze di famiglia’ (Gargani, 2008).

L’espressivismo linguistico di Wittgenstein

Per Wittgenstein non ci sono regole predeterminate per fissare i significati e di conseguenza i comportamenti in modo ‘giusto’o ‘vero’. Wittgenstein critica la concezione di significato del neopositivismo logico, concezione definita ‘denotativa’ o ‘intransitiva’, in cui il significato viene fissato alle parole in modo standard e permanente: questo è quello e non può essere che quello. Es= Questo è un tavolo e il tavolo non può essere che quello.

Questa visione denotativa del concetto può andar bene per gli oggetti che ci sono particolarmente familiari, ma non descrivono ciò che per Wittgenstein è il reale movimento del linguaggio. Secondo l’autore, non ci sono parametri astratti e a priori per definire un significato, bensì il significato si genera nell’esperienza. Le parole sono esiti convenzionali associati ad un’esperienza. E’ impossibile, infatti, stabilire una natura causale e oggettiva tra il ‘fenomeno’ tavolo e il nome utilizzato, e in tal modo viene dissolta qualsiasi fondazione analitica del linguaggio(vedi neopositivismo logico). Si può comprendere meglio la questione utilizzando termini più generali che usiamo abitualmente nella vita quotidiana.

Qual è il significato di ‘Amore’? Possibili risposte: ‘L’unico vero amore è quello di Dio’(cattolicesimo), la ’relazione affettiva tra due persone’(psicologia), ‘l’insieme di endorfine rilasciate nello spazio inter-sinaptico’(neuroscienze),ecc.

Se utilizziamo la citata concezione denotativa, tutte queste versioni di uno stesso significato si escludono a vicenda per motivi epistemologici, metodici e più in generale di visione del mondo, creando una lotta continua tra le varie concezioni per trovare ed appoggiare le proprie verità.

L’esito è un’inevitabile incommensurabilità tra linguaggi, che porta ad una divisione sempre crescente del sapere. Per quanto riguarda la scienza, Gadamer scrive: “Un termine scientifico è infatti sempre una parola il cui significato viene definito in modo univoco, che indica un concetto determinato. In questo senso, un termine di un linguaggio specifico è sempre qualcosa di artificiale, in quanto […] una parola già in uso viene isolata dalla vastità e molteplicità delle sue possibilità di significato e limitata a un preciso senso concettuale. Rispetto alla mobile vita delle parole del linguaggio parlato[vissuto], di cui Wilhelm von Humboldt ha giustamente mostrato che hanno essenzialmente un certo campo di oscillazione, il termine scientifico o comunque definito è una parola irrigidita, e l’uso “terminologico” di una parola è una violenza che si esercita sul linguaggio” 

Come risolve il problema Wittgenstein?

Attraverso una concezione ‘transitiva’ del significato, che spiega tale incommensurabilità di visioni.

Wittgenstein, non voleva fondare un’epistemologia, altresì voleva mostrare la natura variabile del linguaggio, sottostante a qualsiasi epistemologia. Il significato, secondo l’autore, si origina nell’esperienza e prende senso attraverso la familiarità che esso acquista per una determinata persona. Non vi sono concetti universali, bensì ‘somiglianze di famiglia’, e ciò implica che non vi siano concetti veri analiticamente. I concetti sono individuali, unici, sempre nuovi, per i quali non esistono regole prefissate. Siamo entro una rete di connessioni tra linguaggio, circostanze della vita e forme sociali di vita: la comprensione di una nuova espressione è sintetica ed istantanea. 

“Quando improvvisamente un tema, una frase, ti dice qualcosa non c’è bisogno che tu sappia spiegarti il perché. All’improvviso ti è accessibile anche questo gesto”.(Witt.)

Il significato è per Wittgenstein un gesto, il linguaggio è una forma di espressione entro un determinato contesto pratico, culturale e sociale. Esempio: se ho appena divorziato, alla domanda ‘qual è il significato dell’amore?’, risponderò:’un’illusione. Ma se chiediamo la stessa cosa dopo 1 anno, quando la persona si è risposata, la risposta potrebbe essere:’una lotta che rende la vita profonda’.

Allo stesso modo:‘Cos’è l’ansia?’, se la tua ‘area di famiglia’ è il laboratorio, risponderai: ‘L’attivazione dell’amigdala’, ma se sei un operaio con l’ansia, la risposta potrebbe essere: ‘Non riuscire ad uscire di casa!’.

Dov’è la verità? Cos’è la verità?

Con l’impostazione di Wittgenstein, il significato non può essere oggettivo, bensì diviene un gesto individuale e creativo. Non esiste l’interpretazione oggettiva della Bibbia, così come non esiste il ‘vero’ Piaget, ma sarà sempre il mio Piaget e la mia Bibbia, ovvero il testo rivive dentro di me, risuonando in maniera unica e forse irripetibile.

Schematizzando:

FENOMENO→SIGNIFICATO→VERITA’       Concezione denotativa

                      →                          →

FENOMENO→ SIGNIFICATI →  VERITA’    Concezione transitiva

                      →                           →

In chiave epistemologica:

FENOMENO→ METODO→ VERITA’

                      →                →

FENOMENO → METODI →  VERITA’

                      →                →

Tutto è relativo? No! Tutto è relativo in base all’esperienza la quale diviene un assoluto, nonché una necessità epistemologica. Ma allora, come fare? Il problema si risolve attraverso il costante ed infinito dialogo. Qualsiasi verità diviene familiare, facendone esperienza, ovvero con l’azione e non con un’ipotetica razionalità astratta e neutrale.

La nostra verità è la nostra risposta nei confronti del reale. Il significato è quindi una forma di esperienza, una reazione verso individui, eventi, oggetti e non una risposta a regole. 

“Se non si esperisse il significato delle parole, come si potrebbe ridere delle barzellette?- Di queste barzellette si ride: e in questa misura(per esempio) si potrebbe dire che si esperisce il significato”.

Witgenstein

Il pianto, il riso, il dolore, la gioia non sono disciplinati da regole! E non sono neppure semplici convenzioni, ma forme di esperienza. Chi si attiene ad una percezione letterale del linguaggio di un’ espressione, senza investirla di un’atmosfera, di un’esperienza di vita, risulta ‘cieco di fronte al significato’. Esempio:‘L’ansia è l’attivazione dell’amigdala!’, tale espressione è colma di significato per un ricercatore che ci lavora da 20 anni, mentre per uno che non è interessato alle neuroscienze ciò non ha niente da dire.

I termini, una volta che acquistano tale atmosfera non sono più sostituibili, perdono la loro convenzionalità, in quanto sono espressioni individuali di una personalità a contatto con una determinata esperienza. 

“Una parola è diventata per noi portatrice di un certo tono e noi non possiamo, su comando, pronunciare un’altra parola con lo stesso tono emozionale”.(W.)

Ma come fare quindi per cambiare un significato? Fare nuove esperienze: i concetti si originano dalle azioni. “Il linguaggio non ha una giustificazione di tipo epistemologico; esso è l’espressione di una reazione immanente inerente a una prassi linguistica”(Gargani). 

“Non si impara a seguire una regola imparando, prima, il significato della parola ‘concordanza’. Piuttosto, si impara il significato di ‘concordanza’ imparando a seguire una regola.”(W.) 

Per l’autore quindi un’ipotesi scientifica è un gioco linguistico che in sé non è né vero né falso, in quanto il linguaggio esprime un’esperienza, non denota una realtà in sé. La verità di un significato sta nel vissuto, nella corrispondenza tra concetto ed esperienza e non tra concetto e realtà. Il grande fisico Boltzmann, a cui Wittgenstein si ispira molto, scrive “Non sono la logica, la filosofia, o la metafisica che decidono se qualcosa è vero o falso, bensì le azioni”, e citando le parole celebri di Goethe, potremmo dire “in principio era l’azione”.

Wittgenstein sostituisce i termini logicizzanti di ‘coerenza’ e ‘concordanza’(epistemologia tradizionale, ne parlo nella tesi triennale) con ‘coesistenza’ e ‘contesto di relazioni’. Il significato cambia estendendosi da un contesto ad un altro tramite l’esperienza: se vogliamo cambiare un significato dobbiamo essere aperti all’esperienza, in quanto sono le esperienze a far ‘coesistere’ i vari significati. Solo attraverso il confronto con significati sconosciuti si possono migliorare i propri concetti. I concetti delimitano ‘l’orizzonte di significato’(Gadamer) e solo superando il limite di tale orizzonte si può saggiarne la validità. Ma questo processo naturale non è regolamentato da nessuna regola! Qualsiasi principio generale non viene prima del linguaggio, ma si appoggia sul linguaggio.  

Le connessioni di significato non hanno quindi relazioni logiche astratte che le definiscono, bensì transizioni, estensioni, contaminazioni derivate da esperienze. E per esperienza, intendiamo l’esperienza che la coscienza fa con se stessa:”Il principio dell’esperienza- scrive Hegel nell’Enciclopedia– contiene l’affermazione infinitamente importante che l’uomo, per accettare per vero un contenuto, deve esserci dentro esso stesso; più determinatamente, che egli trova quel contenuto in accordo ed unione con la certezza di sé stesso.”

Il nuovo significato emerge, quindi, leggendo in modo diverso il vecchio significato. 

“Devi dire qualcosa di nuovo, che però sia tutto vecchio. Devi comunque dire soltanto qualcosa di vecchio – che però sia nuovo! Le diverse ‘concezioni’ devono corrispondere ad applicazioni diverse. Anche il poeta deve sempre chiedersi: E’ proprio vero ciò che scrivo?”. Il che non deve necessariamente voler dire:”Succede così, nella realtà?”. Devi senz’altro portarti qualcosa di vecchio. Ma per una costruzione.”p37. 

Il linguaggio, con i suoi modelli, non coglie in trasparenza i fenomeni, piuttosto, tesse un sistema di relazioni concettuali che filtra direttamente la realtà. Tali modelli in definitiva, interpretano la realtà, influendo direttamente sulla percezione. 

Ricapitolando

Le connessioni di significato non hanno quindi relazioni logiche astratte che le definiscono, bensì transizioni, estensioni, contaminazioni derivate da esperienze concrete.

Solo attraverso il confronto con esperienze non conosciute si possono migliorare i propri concetti e individuare nuove relazioni. I concetti, d’altra parte, delimitano ‘l’orizzonte di significato’ (Gadamer, 1983) e solo superando il limite di tale orizzonte si può saggiarne la validità. Per Wittgenstein quindi un’ipotesi scientifica è un gioco linguistico che in sé non è né vero né falso, in quanto il linguaggio esprime un’esperienza, non denota una realtà in sé (Gargani, 2008).

La verità di un significato sta nel vissuto, nella corrispondenza tra concetto ed esperienza e non tra concetto e realtà. Il grande fisico Boltzmann, a cui Wittgenstein si ispira molto, scrive: “Non sono la logica, la filosofia, o la metafisica che decidono se qualcosa è vero o falso, bensì le azioni” (Gargani, 2008, 67).

L’integrazione tra diversi approcci deriva, quindi, da un impegno concreto a voler estendere la rete di significati associata al fenomeno che si sta studiando. L’integrazione non può derivare da principi teorici astratti, ma dipende dalla ricerca concreta di connessioni rilevanti.

Come scrive Wittgensten, “Non si impara a seguire una regola imparando, prima, il significato della parola ‘concordanza’. Piuttosto, si impara il significato di ‘concordanza’ imparando a seguire una regola” (Wittgenstein, 1988, p. 241).

Rimanere aperti all’esperienza

Perciò colui che chiamiamo uomo esperto non è solo uno che è diventato tale attraverso delle esperienze fatte, ma che è anche aperto ad altre esperienze. La pienezza dell’esperienza, il compiuto essere di colui che chiamiamo esperto non consiste nel fatto che egli sa già tutto e sa già tutto meglio. Anzi l’uomo sperimentato appare piuttosto come essenzialmente non dogmatico, come uno che avendo fatto tante esperienze e avendo tanto imparato dall’esperienza, è appunto particolarmente capace di fare nuove esperienze e di imparare da esse. La dialettica dell’esperienza non ha il compimento in un sapere, ma in quell’apertura all’esperienza che è prodotta dall’esperienza stessa.”(Gadamer, 2004, p.411).

Negli aspetti delle diverse visioni linguistiche del mondo ognuna di esse contiene potenzialmente in sé tutte le altre, cioè ognuna può allargarsi ad abbracciare ognuna delle altre. Ognuna è di per sé capace di intendere e capire la visione del mondo che si manifesta in un’altra lingua.”(Gadamer, 2004, p.512).

Un pensiero forte, quindi, non è rigido, ma al contrario è flessibile e aperto. Un pensiero, che incontrando il diverso, vuole essere costruttivo e concentrato sugli obbiettivi pragmatici comuni, ovvero sulle diverse applicazioni concrete, che può avere sulla realtà. Un pensiero, che rispettando il vissuto altrui, non vuole perdersi in sterili diatribe astratte al solo fine di difendere se stesso.

Come scrive Wittgenstein: “Devi dire qualcosa di nuovo, che però sia tutto vecchio. Devi comunque dire soltanto qualcosa di vecchio – che però sia nuovo! Le diverse ‘concezioni’ devono corrispondere ad applicazioni diverse. Anche il poeta deve sempre chiedersi: E’ proprio vero ciò che scrivo?”. Il che non deve necessariamente voler dire: “Succede così, nella realtà?”. Devi senz’altro portarti qualcosa di vecchio. Ma per una costruzione” (Wittgenstein, 1980, pp.79-80).

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