L’esperienza della Mindfulness: tra introspezione e attenzione

L’esperienza della Mindfulness: tra introspezione e attenzione

Come sottolineano Fonagy e Bateman (2004), la mindfulness condivide con la funzione riflessiva la capacità di modulare gli stati affettivi in modo funzionale. Con il termine di funzione riflessiva, Fonagy, si riferisce all’insieme dei processi psicologici procedurali sottostanti la capacità di mentalizzare, ossia la capacità di vedere se stessi e gli altri, facendo riferimento a stati mentali, intenzioni, desideri e sentimenti, che consentono una riflessione sul proprio e altrui comportamento. Da tale funzione dipende lo sviluppo del sé che pensa e sente (Fonagy, Target M., 1997).

Tuttavia, tra mindfulness e funzione riflessiva ci sono anche importanti differenze. Per Bateman e Fonagy (2004), la mindfulness è ‘ridimensionata’ a skill cognitiva, ossia a un’abilità psicologica pari ad altre strategie mentali. Diversamente, nelle antiche tradizioni di pensiero e nella più moderna cultura psicodinamica, essa è considerata una potenzialità universale, fondante l’esistenza umana più autentica (Stern, 2004). Se nei termini di Fonagy e Target, il controllo delle capacità di attenzione conduce al senso di separatezza, indispensabile per non essere ‘invaso’ dalle esperienze altrui, la mindfulness abbraccia un orizzonte più ampio, in quanto non è un semplice ‘controllo delle capacità attentive’, ma consiste anche nell’acquisizione di un senso di interconnessione con l’altro (Amadei, 2006). In questa prospettiva la presenza mentale è considerata di per sé la vita stessa della consapevolezza. Quando la si pratica per sviluppare la concentrazione, è un seme, ma quando c’è presenza mentale, c’è vita, e in questa senso è anche il frutto di tale pratica.

Sia la Mindfulness che la funzione riflessiva sono differenti dall’introspezione.

Mentre la funzione riflessiva è procedurale e automatica, l’introspezione concerne la conoscenza dichiarativa, esplicita del sé. La prima consiste nell’attribuire stati mentali per dare senso al comportamento altrui, mentre la seconda porta a definizioni autoriferite che si basano sulle proprie conoscenze verbali apprese (Amadei, 2006).

La mindfulness, da un lato, si avvicina all’introspezione, intesa come conoscenza esplicita del Sé, ma la supera, in quanto si connette anche all’intelligenza emotiva del sentire, radicata nell’esperienza corporea vissuta, dall’altra comporta la capacità di conoscenza implicita delle menti, la funzione riflessiva, ma considera quest’ultima solo una parte di una consapevolezza più ampia della piena esperienza sensoriale del momento presente.

Mindfulness come sintonizzazione interiore e interpersonale

Siegel, ricercatore nell’ambito della neurobiologia interpersonale, definisce le varie caratteristiche che la mente acquisisce tramite le pratiche meditative di consapevolezza. Una delle caratteristiche più importanti della mindfulness è la capacità di disinnescare i pregiudizi della mente che non ci consentono di vivere pienamente il presente. Questi pregiudizi possono essere definiti di volta in volta ‘rappresentazioni invarianti’, ‘schemi’, ‘modelli operativi interni’, ‘automatismi’, ‘influenze neurali dall’alto verso il basso’. L’abitudine a pensare per categorie è una caratteristica, solo parzialmente conscia, del nostro sistema nervoso, che ha consentito nel corso dell’evoluzione un adattamento assai efficiente all’ambiente, aumentando la nostra capacità di sopravvivenza. Tuttavia, adattarsi, sopravvivere, non vuol dire vivere, e tanto meno vivere bene (Siegel, 2007). Per godere del momento presente, bisogna essere capaci di fare esperienze anche ‘dal basso verso l’altro’, ossia liberarsi ogni tanto della funzione classificatrice del cervello che, se non è sorvegliata, da strumento utile, diviene una prigione che non ci consente di vivere la vita in modo pieno.

Il benessere, secondo questa prospettiva, viene considerato come la capacità di attivare un processo di integrazione che connetta il nuovo e l’ignoto alle nostre categorie conoscitive, in modo creativo, tramite un pensiero flessibile, adattivo, coerente e stabile. Ciò allo scopo di evitare i circoli viziosi in cui i nostri pregiudizi tendono a riconfermarsi in ogni nostra nuova esperienza, bloccando l’acquisizione di nuove, importanti e originali informazioni fornite dal momento presente. Come vedremo, il nutrimento indispensabile per ogni forma di sviluppo è l’esperienza.

La mindfulness potenzia, da una parte, le nostre capacità di attenzione e autoregolazione, sia corporea che relazionale, dall’altra, espande il senso di identità personale, favorendo il processo di integrazione del sé, che conduce al benessere psicofisico. Secondo Siegel, tutto questo avviene grazie all’attivazione intenzionale dei processi di sintonizzazione interiore e interpersonale che ci consentono di ‘risuonare’ in modo armonico con noi stessi e gli altri. Nei prossimi paragrafi, quindi, verranno esplicitate le recenti acquisizioni neurobiologiche, per rendere chiaro cosa si intende, dal punto di vista neurale, con termini quali sintonizzazione, mente, coscienza, sé o ‘influenze dall’alto verso il basso’.

Lascia un commento