Il Significato come modalità dell’esperire

Il Significato come modalità dell’esperire
L’esperimento di Rubin. Un vaso o due profili?

Un vaso o due profili? In base al significato possiamo vedere l’uno o l’altro e la percezione cambia in modo corrispondente. Ma viene prima la percezione o il pensiero? Facciamo un esperimento mentale e pensiamo di vivere in un mondo in cui non sia stato inventato qualsiasi vaso, brocca o bicchiere. In tal caso, non avendo mai percepito un vaso, sarò cieco di fronte al significato e non potrò percepirlo, in quanto non sarà per me un oggetto familiare. Il concetto definisce il come vediamo la realtà, il concetto richiama un’immagine mentale. Insiemi mentali diversi, portano a percetti diversi e spesso incommensurabili. 

Un lingotto o una scatola?

Dato una stimolo appropriato (la figura), il nostro apparato percettivo ci fornisce oggetti percettuali diversi, difficilmente comparabili tra loro: infatti, se decidiamo di rivolgere la nostra attenzione sulle linee dell’immagine riportata, tenendo presente che la figura è tracciata su una superficie bidimensionale, possiamo percepire una figura ‘piatta’. D’altra parte, se ci concentriamo sulle proprietà ‘aggiuntive’ di questo disegno, senza alcun sforzo possiamo vedere una figura tridimensionale, in cui le caratteristiche salienti dell’immagine vengono integrate in modo diverso, dando quell’illusione percettiva di profondità, in cui la superficie bidimensionale del disegno, quasi per magia, scompare. Come scrive Feyerabend “ possiamo mettere a confronto i due atteggiamenti nella nostra memoria, ma non mentre osserviamo la stessa  immagine”.

In questo esempio viene chiarita l’importanza che assume il modo, ossia il metodo, di vedere la realtà nel determinare cosa percepiamo. Metodi diversi portano a percezioni alternative, le quali evidenziano aspetti differenti della realtà. 

I problemi nascono, quando vogliamo capire quale delle due percezioni sia quella vera, o quella ‘oggettiva’, ma una percezione più vera dell’altra non c’è, in quanto sono tra loro incommensurabili.   

Feyerabend si avvicina ad una concezione della percezione già presente in psicologia nei primi anni del novecento: concezione sviluppata originariamente dalla scuola tedesca della Gestalt, in cui studiosi come Wertheimer, Kohler e Koffka condussero una serie di esperimenti sulla percezione visiva (movimento stoboscopico, immagini ambivalenti, ecc..) per evidenziare da una parte i limiti dell’associazionismo wundtiano, dall’altra per criticare le concezioni elementistiche e deterministiche del positivismo. 

La percezione viene considerata da questi autori non come la somma di unità visive elementari, bensì come un tutto strutturato, in cui la presenza di uno spettatore è fondamentale, in quanto è lui a decidere quali sono le qualità formali salienti di una data immagine. Viene quindi ad affermarsi quel concetto di forma (Gestalt)  “come totalità significativa” tesa ad annullare l’identificazione tra realtà esterna e realtà fenomenica. E’ impossibile vedere la realtà in sé, poiché la nostra visione della realtà è sempre situata (dal nostro punto di vista) e prospettica: una realtà separata dall’osservatore, ovvero una realtà oggettiva, è impensabile secondo questa prospettiva. La negazione dell’identità fra oggetto fisico e oggetto fenomenico, ovvero l’immagine dell’oggetto fisico che giunge al nostro apparato percettivo, non è un  questione prettamente psicologica, ma riguarda tutte le scienze, in quanto il mondo fenomenico è il mondo in cui siamo immersi quotidianamente ed è la realtà su cui indaga il metodo sperimentale. D’altra parte, lo stesso Kuhn definiva il cambiamento di paradigma un “riorientamento gestaltico”, che costringe a rivedere precedenti leggi e conoscenze e, inoltre, muta la pratica scientifica (associata al nuovo paradigma), trasformando le tecniche sperimentali e la maniera di interpretare i dati. 

Il nuovo paradigma trasforma il mondo fenomenico dello scienziato.

Ovviamente, il mutamento del punto di vista non è determinato dal cambiamento della realtà in , ma dal differente approccio utilizzato nell’analisi degli eventi significativi.

L’espressivismo linguistico di Wittgenstein

Per Wittgenstein non ci sono regole predeterminate per fissare i significati e di conseguenza i comportamenti in modo ‘giusto’o ‘vero’. Wittgenstein critica la concezione di significato del neopositivismo logico, concezione definita ‘denotativa’ o ‘intransitiva’, in cui il significato viene fissato alle parole in modo standard e permanente: questo è quello e non può essere che quello. Es. = Questo è un tavolo e il tavolo non può essere che quello.

Questa visione denotativa del concetto può andar bene per gli oggetti che ci sono particolarmente familiari, ma non descrivono ciò che per Wittgenstein è il reale movimento del linguaggio. Secondo l’autore, non ci sono parametri astratti e a priori per definire un significato, bensì il significato si genera nell’esperienza.

Le parole sono esiti convenzionali associati ad un’esperienza. E’ impossibile, infatti, stabilire una natura causale e oggettiva tra il ‘fenomeno’ tavolo e il nome utilizzato, e in tal modo viene dissolta qualsiasi fondazione analitica del linguaggio(vedi neopositivismo logico)

Per Wittgenstein, il significato ha una fisionomia ben precisa. Il rapporto tra percezione e significato sembra ricorsivo

Sempre Wittgenstein, scrive:

Adesso diviene chiaro perché io pensassi che pensare e parlare fossero la stessa cosa. Il pensare è infatti una specie di linguaggio. Perché il pensiero è naturalmente anche un’ immagine logica della proposizione e pertanto una specie di proposizione”. 

I concetti sono quindi determinanti nel generare la realtà e vengono appresi fin da bambini attraverso costanti associazioni tra parole e vissuti e i vissuti colorano le parole di un’atmosfera(concreta) che diviene col tempo insostituibile: conosciamo in modo sintetico ed imitativo(neuroni specchio) ed il pensiero associa ed integra nel significato un fascio di imput differenti, dando continuità e linearità ad una marea di percezioni diverse.

Ad esempio: nel concetto casa troviamo compresenti input visivi, olfattivi, uditivi (corteccia sensoriale),oltre ad input emotivi(amigdala),ecc.

La parola integra e fa emergere in modo unitario il fenomeno, che in realtà ci arriva da fonti diverse attraverso informazioni non lineari, divenendo così disponibile alla coscienza di sapere (sapere di sapere).

Se qualcuno, osservando la realtà che ci circonda, intravede un modo nuovo di vedere la realtà, per poter comunicare tale percezione, dovrà illustrarci come ha fatto, ossia dovrà dirci il significato di quella esperienza. Attraverso la transizione di un significato vecchio in una situazione nuova verrà stabilità la connessione tra concetto e realtà.

Seguendo questa linea di pensiero, ci accorgeremo che la comprensione di un simbolo linguistico implica sempre un’ulteriore applicazione del simbolo stesso, ossia un’estensione del suo significato.

In questo senso, la comprensione di un’espressione è sempre un processo dinamico e attivo in un contesto concreto, diversamente si rischia di rimanere chiusi in concetti cristallizzati e non percepire i cambiamenti in atto, portandoci a percepire sempre le stesse cose. E a non mettere più in discussione il ‘come’ ci poniamo nel percepire, al solo scopo di avere ragione (gioco psicologico,analisi transazionale).

Le conseguenze in ambito scientifico

Un nuovo modello non potrà mai falsificare il precedente, in quanto la sua applicazione interpretativa porterà ad una riorganizzazione gestaltica della realtà. Quindi, con questa concezione, viene superato il concetto di falsificazione proposto dall’epistemologia tradizionale.

La cultura più che progredire si estende rimodellandosi in base agli obbiettivi pratici. In ambito scientifico, i ricercatori, come i bambini, “usano parole, le combinano, giocano con esse, finchè pervengono ad afferrare un significato che finora era sfuggito loro[l’intuizione]. E l’attività iniziale di gioco è un presupposto essenziale dell’atto finale della comprensione. Non c’è alcuna ragione per cui questo meccanismo dovrebbe smettere di funzionare nell’adulto.[…] Il processo stesso non è guidato da un programma definito,[…] è guidato piuttosto da un vago impulso, da una ‘passione’(Kierkegaard)”.

Ma il fatto che il linguaggio sia transitivo, non vuol dire che la metodologia scientifica sia inutile, bensì che la verità è sempre dialogica e per essere accettata, non deve imporsi in altri contesti, bensì deve estendersi, rimettendosi in gioco.

La ricerca metodologica è fondamentale, quindi, per fornire un nuovo punto di vista alternativo, ma tale punto di vista, se vuole divenire significativo, deve sempre integrarsi con altri punti di vista.  

L’unica soluzione: il dialogo costante, l’integrazione

La soluzione quindi consiste nel creare connessioni di significato tra esperienze differenti, procedendo verso quella ‘fusione di orizzonti’, auspicata da Gadamer, che consente alle nostre verità di estendersi in contesti diversi. La fusione non avviene in maniera indiscriminata ed irrazionale, ma attraverso un costante dialogo che richiede la fenomenologica sospensione del giudizio. A questo incontro/integrazione di pensieri, ognuno partecipa con i propri pregiudizi, ereditati dalla propria storia personale: questi pregiudizi costituiscono il nostro ‘orizzonte di significato’. Il pregiudizio non è solo un limite del nostro pensiero, bensì è anche la base indispensabile da cui ogni comprensione può partire. La voglia/paura di comprendere nasce sempre dalla curiosità/necessità di approfondire l’esperienza di un significato, vissuto come contraddittorio. I problemi ci spingono ad indagare e quando le regole(i metodi), del nostro modello, o gioco linguistico, si dimostrano inadeguati a comprendere la complessità dei fenomeni, è necessario ripensare in modo critico i presupposti della nostra analisi, afferrandone i pregi ed i limiti.

Una ricerca, per essere integrata, deve sempre mantenere e confrontare due modelli d’indagine complementari ed indispensabili: in e between.

La ricerca in indaga dentro un sistema, attuando una strategia riduzionista per analizzare le componenti all’interno del sistema, fornendo una spiegazione locale. Bisogna ovviamente distinguere tra un metodo riduzionista e un’ideologia riduzionista. Il primo è un’inevitabile riduzione e semplificazione del fenomeno, per poterlo scotomizzare e renderlo analizzabile; la seconda è invece una tesi metafisica che vuole ridurre ogni fenomeno alle sue componenti materiali.

La ricerca between indaga, invece, le relazioni tra sistemi complessi nel loro contesto naturale, descrivendo il fenomeno a livello globale. Il passaggio tra i due punti di vista è dialogico e ricorsivo, favorendo l’incontro tra saperi. In questi incontri non bisogna sbarazzarsi delle prorie cristallizzazioni, ma metterle costantemente alla prova ‘aprendosi’ ai concetti dell’altro:c’è bisogno di una razionalità critica, ma non per demolire le tesi dell’altro, come nel falsificazionismo, ma per costruire qualcosa di nuovo, che in realtà è sempre vecchio. Attuare cioè una riorganizzazione gestaltica del sapere che non falsifica verità locali, ma le reinterpreta in un contesto di significato più ampio.

Se ciò è vero per la scienza in generale, è ancora più vero per la medicina e la psicologia: il modello dialogico della comprensione, infatti, non va attuato solo nel rapporto tra diverse imprese disciplinari, bensì soprattutto nella fondamentale relazione terapeuta-paziente. Citando Basaglia:”Una cosa è considerare il problema una crisi, e una cosa è considerarlo una diagnosi, perché la diagnosi è un oggetto, la crisi è una soggettività’. Dobbiamo diventare esperti, tecnici, specialisti e acquisire esperienza, ma ricordando sempre di sapere di non sapere.

A tal proposito Gadamer scrive:

Perciò colui che chiamiamo uomo esperto non è solo uno che è diventato tale attraverso delle esperienze fatte, ma che è anche aperto ad altre esperienze. La pienezza dell’esperienza, il compiuto essere di colui che chiamiamo esperto non consiste nel fatto che egli sa già tutto e sa già tutto meglio. Anzi l’uomo sperimentato appare piuttosto come essenzialmente non dogmatico, come uno che avendo fatto tante esperienze e avendo tanto imparato dall’esperienza, è appunto particolarmente capace di fare nuove esperienze e di imparare da esse. La dialettica dell’esperienza non ha il compimento in un sapere, ma in quell’apertura all’esperienza che è prodotta dall’esperienza stessa.

Come scrive sempre Gadamer:”Negli aspetti delle diverse visioni linguistiche del mondo ognuna di esse contiene potenzialmente in sé tutte le altre, cioè ognuna può allargarsi ad abbracciare ognuna delle altre. Ognuna è di per sé capace di intendere e capire la visione del mondo che si manifesta in un’altra lingua.”

E’ penso che ormai sia chiaro che un sapere frammentato porta ad un paziente frammentato. Bisogna aumentare la variabilità del sapere entro una cornice comune e la cosa non è paradossale se si rispetta la natura e la fenomenologia del linguaggio.

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