Il ‘circolo ricorsivo’ come motore della vita

Il ‘circolo ricorsivo’ come motore della vita

Il simbolo del cerchio, o circolo, nelle sue varianti, è presente in ogni cultura, portando con se una storia fatta di mille significati, spesso collegati tra loro analogicamente. L’uomo, fin da tempi antichissimi, intuì l’importanza del movimento ciclico nelle manifestazioni della vita, osservandolo nell’intero mondo della natura, dall’alternanza giorno/notte, al susseguirsi delle stagioni. Questo simbolo fa pensare ad un’andata e ad un ritorno; ad una inspirazione e ad una espirazione senza fine, in quanto ogni punto può essere il principio o la fine. Dire infinito è dire indeterminato, e questa indeterminatezza conferisce al circolo gli attributi di una potenzialità e di una sacralità che gli antichi ben conoscevano. Ho trovato scritto, in un libro di simbolismo, che “in questo moto radiale è tutta la fatica dell’universo, delle ascesi mistiche, della vita in evoluzione, come fosse un immane, faticoso respiro”. La razionalità occidentale illuminista, spesso accecata da un superficiale scientismo, ha mal compreso e dimenticato il suo significato profondo. Nel senso comune è ben noto come ‘circolo vizioso’, quando la retroazione è negativa, o come uno sviluppo ed un auto-rafforzamento continuo, quando tale movimento porta a crescere ed evolvere(profezia che si autoavvera o il fenomeno del ‘carro del vincitore’).  

L’uroboro (chiamato anche uroburouroboros o ancora ouroboros) è un simbolo rappresentante un serpente o un drago che si morde la coda, formando un cerchio senza inizio né fine

Il circolo ricorsivo nella biologia sistemica di Maturana e Varela

Nella seconda metà del ‘900, il circolo, formalizzato e sistematizzato all’interno del paradigma cibernetico, viene denominato ciclo ricorsivo, per poi essere utilizzato come base fenomenologica della biologia sistemica di Maturana e Varela. Scrive Wiener, ”E’ certamente vero che il sistema sociale è un’organizzazione simile a quella individuale, tenuta assieme da un sistema di comunicazioni e caratterizzata da una dinamica in cui processi circolari a feedback svolgono un’importante funzione.”

In tutta la storia delle scienze sociali, sono state utilizzate numerose metafore per descrivere processi di autoregolazione nella società, citando solo alcuni esempi: l’azione reciproca di tesi e antitesi nella dialettica di Marx e Hegel o il principio della ‘mano invisibile’ di Adam Smith. I fenomeni descritti da queste metafore, implicano tutti un movimento circolare sottostante (per mezzo di anelli di retroazione) che non venne esplicitato dagli autori, se non occasionalmente, in quanto era ritenuto qualcosa di ‘ovvio’ e non decisivo per l’argomentazione.

Maturana e Varela al contrario, sottolineano quest’aspetto, mostrando, attraverso osservazioni fenomenologiche, come l’organizzazione circolare sia un caratteristica essenziale dei sistemi viventi:

I sistemi viventi sono – scrive Maturana- organizzati in un processo circolare causale chiuso che permette il cambiamento evolutivo nel modo in cui è mantenuta la circolarità, ma non la perdita della circolarità stessa”. p.112 

Il movimento circolare è alla base di ogni sviluppo: tale modello teorico, vuole sintetizzare la catena di processi generanti il fenomeno vita, mostrando come essi non siano unidirezionali e quindi completamente determinati dalle condizioni di partenza, bensì siano caratterizzati da processi rientranti di feedback, che consentono al sistema di avere una proprietà fondamentale: l’autoregolazione.

In altre parole, l’autoregolazione permette al sistema di autodeterminarsi. Si può dire che attraverso tale strumento concettuale si può chiaramente vedere come l’effetto di una causa, retroagendo, si fa esso stesso causa.

Secondo questi autori, le due differenze fondamentali tra le ‘cose’e gli esseri viventi sono identità e autoregolazione, due concetti di natura strettamente fenomenologica, in quanto derivano da un osservazione sistemica e non riduzionistica del comportamento degli esseri viventi nel loro contesto naturale.

Infatti, attraverso analisi riduzionistiche tali differenze risultano ben più complesse e difficili da definire.

Facendo un esempio, ciò che distingue un sasso da un cane è il fatto che se tiro un calcio al primo, il suo comportamento è totalmente governato da leggi di natura fisica determinate e prevedibili, mentre se do un calcio al cane, l’animale in base alla propria identità, che dipende dalla propria storia, può mordermi o scappare, retroagendo in un certo senso sulla causa che ha generato il suo malessere(il mio calcio).

Tali comportamenti di risposta dell’essere vivente hanno una causa, ma l’effetto non è prevedibile a priori, in quanto la causa ha una natura storica situata e relativa.

Secondo Maturana e Varela, ogni essere vivente è un sistema autopoietico, produttore di sé, con una propria identità(storica), immerso in un’enorme rete di connessioni, che seppur disposte in modo gerarchico, mantengono legami bi-direzionali con le reti da cui originano. Si può parlare di rete di reti, in cui i nodi della rete, sono essi stessi delle reti(es.:cellule-tessuti-organi-animale-società-ecc.) 

Il modello sistemico supera le diatribe tra meccanicismo e vitalismo, ponendo la causa e l’intenzionalità nell’essere vivente, all’interno del sistema stesso: la causa è immanente o potremmo dire, dentro di noi.

Il circolo ricorsivo come base strutturale del processo di vita/conoscenza

Il circolo ricorsivo, lo troviamo presente nei seguenti fenomeni:

  • Nella trascrizione epigenetica del Dna sono presenti mRNA ‘rientranti’ che informano il Dna sullo stato del processo. Con questa concezione viene abbandonato il dogma di Crick, scopritore del Dna, che prevedeva due pesanti conseguenze: che la direzione del processo fosse uni-direzionale e irreversibile e che ogni gene, che è costituito da un pezzo di DNA, codificasse una sola proteina. Questo comportava una visione totalmente deterministica della vita, oltre ad indurre a pensare che se ogni gene produce una proteina e le proteine da noi utilizzate sono 90.000, dobbiamo avere un numero corrispondente di geni(la diversità degli esseri viventi è dovuta alla quantità di geni). Le scoperte dell’ultimo decennio hanno creato, così, un certo sconcerto: in realtà, abbiamo circa 25.000 geni, poco più di quelli di un lievito e la metà di una pianta di riso! Il dogma centrale è naufragato nel ridicolo.  Non siamo rigidamente determinati dai geni, bensì possiamo modificare il nostro epigenoma attraverso i comportamenti. Quindi, non la sequenza lineare: DNA → mRNA→ proteine, ma DNA↔mRNA↔proteine. Il meccanismo che ‘monta’ l’RNA, oltre ad utilizzare sequenze utili(esoni), scartando quelle inutili(introni), può decidere di montare, ‘tagliare’, in modo diverso la stringa. Tale meccanismo spiega la variabilità proteica rispetto al numero di geni: i geni, infatti, attraverso infinite combinazioni diverse di esoni e introni monta proteine diverse. La differenza tra una cellula epatica e un neurone non dipende ,quindi, da una diversità genica, bensì da una diversità epigenetica, ovvero dalla particolare modulazione dell’espressione genica. In questa concezione, quindi, oltre al meccanismo di replicazione individuato da Crick, è presente anche un altro processo in cui il rapporto è rovesciato: è la proteina che identifica il pezzo di DNA attivato. La qualità di tale processo rappresenta quindi l’abilità del nostro genoma nel cambiare, quando viene stimolato da determinati input ambientali. Come afferma Buratti, “siamo vivi proprio perché siamo variabili e interattivi con l’ambiente, e questo vuol dire che nel nostro DNA ci sono queste possibilità di risposta e adattamento ai segnali ambientali”. In campo medico e scientifico, ciò rappresenta una vera e propria rivoluzione, in quanto la trascrizione dipende dai comportamenti, i quali si basano su aspetti mentali, sociali e culturali. Siamo di fronte ad un processo ricorsivo.
  • Nel sistema PNEI il meccanismo di feedback della rete psicosomatica in cui mente, sistema nervoso, sistema endocrino e sistema immunitario sono strettamente connessi nel mantenere l’allostasi. L’allostasi è la capacità dei sistemi biologici di mantenere la stabilità  per mezzo del cambiamento. È un metasistema di regolazione che mantiene la stabilità dei sistemi essenziali per la vita. 
  • Nel sistema immunitario (ipotesi di Edelman) e nel sistema dello stress, sempre nell’ottica PNEI.
  • Lo stesso sistema nervoso viene visto come un sistema ‘rientrante’: Edelman, LeDoux, Damasio, Hebb e molti altri, concepiscono il cervello come un sistema in grado di modificarsi in base alle interazioni con l’ambiente interno ed esterno, utilizzando un ampia gamma di processi: mielinizzazione/demielinizzazione, potenziamento sinaptico, rafforzamento delle connessioni tra popolazioni neuronali diverse, plasticità neuronale. Anche qui gli aspetti mentali e comportamentali sono fondamentali nella retroazione.
  • In ambito ermeneutico-umanistico, per descrivere il processo di comprensione/intepretazione dei testi scritti(Schleiermacher, Dilthey). Viene successivamente ri-concettualizzato in fenomenologia nella sua accezione ontologica, come condizione esistenziale del comprendere ed estesa alla vita quotidiana nell’interpretazione di oggetti, persone e circostanze(Heidegger, Gadamer). Il fatto che il movimento della conoscenza sia descritto in modo similare al movimento della vita è totalmente coerente con la teorizzazione della biologia sistemica di Maturana e Varela che si poggia, per superare il dualismo cartesiano, sulla sostanziale identità tra vita e attività mentale. In senso fenomenologico-processuale, infatti, tra SOGGETTO e OGGETTO, non c’è una catena unidirezionale(Meltzoff),come nel neopositivismo, ma una totale interdipendenza, per cui non c’è oggetto senza soggetto, ma lo stesso soggetto è determinato dall’oggetto, ovvero emerge dalle condizioni di partenza. Il processo è  caratterizzato dalla ricorsività.

Ovviamente, il ciclo ricorsivo è onnipresente in natura e nel mondo, basti pensare al ciclo della vita(o ciclo dell’acqua)e alla catena alimentare, ma ho citato questi fenomeni specifici, in quanto saranno linee guida fondamentali della mia tesi.

La parola chiave è il cambiamento, visto da innumerevoli prospettive. Viene abbandonata la concezione neodarwiniana che vede la selezione naturale come una selezione competitiva, per ritornare allo stesso Darwin, il quale sosteneva una concezione evolutiva più sistemica ed interattiva. 

L’evoluzione si basa sulla selezione, ma la selezione premia i fenomeni di cooperazione tra cui quello fondamentale è la simbiosi, non la competizione. Il più forte è colui che riesce ad adattarsi cooperando e integrandosi con l’ambiente e il sistema in cui è immerso, la natura, e non colui che riesce ad assoggettare ciò che gli sta attorno, come se anch’esso non facesse parte del tutto (e i problemi climatici (surriscaldamento), ambientali (inquinamento e malattie correlate), pandemia (appropriazione di aree geografiche selvagge, allevamento intensivo, la relazione tra uomo e animale.

La cosiddetta ‘razza pura’ non solo non esiste, ma anche se esistesse, non è più forte, in quanto, quando l’ambiente è costante nel tempo, la natura, che è più saggia di noi, consente e favorisce la biodiversità (la variabilità bio-comportamentale) e questo è un vantaggio perché, come abbiamo visto, comporta la diversità epigenetica, un fattore che garantisce maggiori possibilità di salvarsi, in caso di cambiamento ambientale. Tale concezione ha forti implicazioni per una psicologia che si pone come obbiettivo solo la ‘normalizzazione’,’l’omologazione’, del deviante, non preoccupandosi mai di svolgere il movimento opposto, ovvero di avvicinare la norma al deviante(che ha una sua verità)per migliorare la società. 

In tutto ciò la cultura ha un ruolo fondamentale: la cultura non è scissa dalla natura, bensì la modella, divenendo una guida pratica all’azione. Lo stesso ruolo, deve essere assunto dalla filosofia, la quale deve divenire un guida interpretativa della realtà, da applicare concretamente e localmente e non un bel gioco astratto di parole, atte a provocare le cosiddette ‘allucinazioni di senso’ wittgensteiniane. 

In parole povere, – scrive Kandella regolazione sociale dell’espressione genica predispone alle influenze sociali tutte le funzioni corporee, ivi incluse le funzioni cerebrali. Queste influenze sociali saranno incorporate biologicamente attraverso l’espressione modificata di specifici geni in specifiche cellule nervose di specifiche aree del cervello. Queste modificazioni indotte da fattori sociali sono trasmesse attraverso la cultura; non sono incorporate nello sperma e nell’ovulo, e quindi non si trasmettono geneticamente. Nell’uomo, la modificabilità dell’espressione genica dovuta all’apprendimento (per via non trasmissibile) è particolarmente efficace, tanto che ha portato a un nuovo tipo di evoluzione: l’evoluzione culturale. La capacità di apprendimento degli esseri umani è così evoluta che la specie umana è molto più soggetta a mutamenti innescati dall’evoluzione culturale che non da quella biologica. Misurazioni su reperti fossili di crani suggeriscono che le dimensioni del cervello umano non sono cambiate dalla comparsa dell’Homo sapiens, avvenuta circa 50.000 anni fa; è chiaro, tuttavia, che la cultura umana si è evoluta enormemente da allora.”

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