Che cos’è l’epistemologia?

Che cos’è l’epistemologia?

Perché in un blog di psicologia, dedichiamo spazio all’epistemologia? Perché la psicologia non è un settore del sapere unitario e omogeneo e i ricercatori, sia in ambito teorico che clinico, partono da paradigmi diversi per spiegare il comportamento delle persone (Legrenzi, 1999). Il criterio di scientificità utilizzato e la definizione di mente adottata non cambiano solo l’oggetto di studio, bensì anche il metodo e l’oggetto d’osservazione ritenuto intersoggettivamente controllabile. La psicologia scientifica può essere definita variamente come studio dell’esperienza cosciente, dell’attività mentale, delle funzioni e dei processi cognitivi, del comportamento. Tali definizioni non sono equivalenti: esse differiscono perché rimandano a concezioni epistemologiche, metodologiche e ontologiche diverse (Battacchi, 2006). Non esiste, quindi, una psicologia, ma tante psicologie differenti, spesso tra loro in contrasto. In questo dibattito, l’epistemologia diviene fondamentale per comprendere queste diverse prospettive.

Per una definizione di epistemologia 

L’Epistemologia,o filosofia della scienza, è la disciplina che si propone di attuare un’attenta riflessione intorno ai principi e al metodo della conoscenza scientifica (Zingarelli, 2000).

“Alle origini del pensiero filosofico e scientifico un problema, in particolare, attirava l’attenzione dei ricercatori antichi: quello della distinzione tra le varie articolazioni del sapere, in modo specifico della separazione tra il sapere volgare e comune(doxa), dotato di garanzie molto limitate, e il sapere scientifico(episteme) cui va invece riconosciuto un fondamento decisamente superiore”.

S.Tagliagambe, L’epistemologia contemporanea, Editori Riuniti, Roma 1991, p. 5.

Tale riflessione poggia sulla convinzione che per arrivare ad una verità certa e condivisibile ci sia sempre bisogno di un methodos, ovvero di una via sicura, che ci consenta di ragionare in modo obbiettivo riguardo i fondamenti della natura.

Senza metodo, diventa impossibile sia la ricerca sia la scoperta, ma quali sono le linee guida da seguire? I limiti da rispettare? Qual è il confine tra scienza e non scienza?

Gli scienziati, al pari dei filosofi, dei teologi, degli artisti, cercano di dare senso alla realtà che li circonda, tentando di individuare quei principi generali, che possano sottostare al maggior numero di eventi osservati. Tuttavia, a differenza delle persone comuni, l’uomo di scienza attua la propria analisi attraverso un insieme di procedure molto articolato e specifico: osservazioni, esperimenti e misure si susseguono secondo un ordine preciso e prestabilito. Tale insieme di procedimenti viene definito “metodo sperimentale”, e costituisce quel complesso di strumenti che rendono una teoria “scientifica”. Quindi l’esperienza è integrata all’interno di un linguaggio e di un approccio teorico più ampio, che plasma in un tutt’uno interdipendente una determinata ipotesi sulla realtà.  L’ipotesi scientifica, quindi, deve rispettare una serie di vincoli epistemologici per poter essere considerata attendibile e in base alla scuola di pensiero adottata, questi vincoli cambiano.  

Come lo sai?

L’epistemologia definisce il quadro paradigmatico di una disciplina, in quanto ci fornisce da una parte i metodi utilizzabili, dall’altra le unità di misura disponibili, per poter formulare una teoria. L’epistemologia, da buon discorso(-logos) sulla conoscenza(-episteme), deve indagare sulla base del sistema concettuale, ovvero sul processo di conoscenza stesso, sicché la tradizionale domanda che questa disciplina pone allo scienziato è “come lo sai?”.

Per secoli il metodo è servito per accertare la verità di un’ipotesi, ma, a partire dal novecento, e soprattutto dalla filosofia di Popper in poi, il significato di metodo è cambiato notevolmente, ed è stato considerato, al contrario, come una forma di atteggiamento critico per confutare le ipotesi (secondo Popper, non esiste metodo che possa accertare la verità di una tesi).

Se in passato i vincoli metodologici servivano per verificare una determinata ipotesi sulla realtà, con Popper, la fiducia nella verità delle ipotesi sperimentali svanisce: infatti egli riteneva che “non possiamo mai sapere, ma solo fare delle congetture”. Il metodo diviene quindi lo strumento per poter confutare, o falsificare, una teoria; la critica, contro ogni pretesa di verità, è lo strumento razionale che consente allo scienziato di considerarsi tale. 

In base alla concezione di metodo utilizzata risulta evidente come cambi sia l’ipotesi, sia le procedure metodologiche (verificazione, falsificazione) considerate scientifiche. Le questioni epistemologiche, quindi, rappresentano problematiche concrete sul come fare scienza, problematiche inerenti non alle teorie, ma ai principi che hanno permesso di arrivare a tali teorie. 

Il metodo sperimentale

Il metodo sperimentale ‘moderno’ nasce nel diciassettesimo secolo e si fonda su un’impostazione filosofica empirista: l’esperienza sensibile ci fornisce i dati per la conoscenza, pertanto essa è l’unico criterio di verità per definire l’esattezza di un’ipotesi. Ciò che vuole essere scientifico, deve essere provato dai fatti. 

Questa conoscenza fattuale si fonda sul procedimento logico, definito induttivo, che consiste nel ricavare da osservazioni ed esperienze particolari, i principi generali impliciti in esse.   

I notevoli successi delle scienze empiriche, nel corso del XVII e del XVIII secolo, hanno spinto gli scienziati ad analizzare e rendere evidenti le caratteristiche del metodo utilizzato, in quanto, grazie ad esso, l’uomo riusciva a ‘controllare’ la natura, e a spiegare, in parte, i suoi complessi meccanismi. 

Subentra nella comunità scientifica un’identificazione tra la ‘vera’ conoscenza e la conoscenza osservabile empiricamente. Tale naturalismo positivistico, che ricercava le cause reali – quelle che Newton definiva le verae causae: cause esistenti veramente in natura, con una realtà   propria (oggettiva), e non derivanti da ipotesi e creazioni della mente umana – degli eventi, grazie ai suoi successi, per molto tempo è stato il vero fulcro della ricerca, ponendo il proprio “statuto epistemologico” come necessario per arrivare a concezioni teoriche coerenti. 

Secondo questa prospettiva, è inutile occuparsi di ciò che non è osservabile e il ricercatore deve essere del tutto neutro nell’osservazione dei dati raccolti: deve definire i dati oggettivi dei propri assunti teorici. L’oggettività è possibile solo attraverso l’operazionalismo logico, ovvero attraverso l’isomorfismo tra i processi osservati e le funzioni logico-matematiche, utilizzate per spiegarli.

L’operazionalismo logico è concepibile all’interno di quella tesi epistemologica, che viene denominata riduzionismo

Il riduzionismo stabilisce un ordine gerarchico delle varie forme del sapere a partire dalla fisica, a cui la chimica, la biologia, e le altre discipline sono subordinate in scala discendente in ordine di importanza. In questa prospettiva ogni ipotesi teorica riconduce le varie manifestazioni fenomeniche (l’esperienza) ad un unico substrato, che funge da principio esplicativo (teoria). Tale principio esplicativo può essere riformulato nel linguaggio di ogni disciplina più generale, ad esempio:  i fenomeni mentali (psicologia) possono essere ricondotti al loro strato neurofisiologico (biologia).     

Tuttavia è necessario distinguere tra un riduzionismo inteso come progetto ideologico (e ontologico) e un riduzionismo concepito “come un ‘metodo’ o, meglio, un ‘programma’ di spiegazioni per riduzione che appaiano riuscite, almeno localmente.” (G. Boniolo, M. Dalla Chiara, G. Giorello, C, Sinigaglia, S. Tagliagambe, Filosofia della scienza,  Raffaello Cortina Editore, Milano 2002. p. 6.)

L’epistemologia contemporanea

Il paradigma epistemologico della scienza empirista, riduzionista e fisicalista,  viene posto nuovamente in discussione nel corso dell’900, a causa dell’incredibile progresso teorico e tecnologico che la scienza ha avuto e alle sconvolgenti scoperte nella fisica: dalla teoria della relatività ristretta e generale di Einstein, alla teoria dei quanti di Plance, fino alla formulazione vera e propria di una nuova meccanica quantistica, in cui l’oggettività viene totalmente messa da parte. 

Il determinismo “classico” viene messo in crisi dal principio di indeterminazione di Heisenberg. Proprio la fisica, la scienza che più si poggiava sulla metodologia empirista, nel corso di questo secolo viene sconvolta e posta in discussione proprio sul suo lato forte: l’oggettività.

Heinsenberg rammenta, nel suo lavoro di revisione epistemologica della fisica, di aver chiesto un giorno ad Einstein se a ispirare la relatività fosse stata davvero quella “filosofia” per cui è possibile formulare leggi naturali solo in termini di grandezze direttamente osservate, e di aver ricevuto la risposta: ”Può darsi che questa sia stata la mia filosofia ma, nondimeno, si tratta di un’assurdità. Non è mai possibile introdurre in una teoria solo grandezze osservabili. Quello che si può osservare dipende sempre dalla teoria”. Heisenberg aggiunge ”non possiamo separare il processo di osservazione empirica dalla struttura matematica e i suoi concetti”.

Il metodo, che per secoli è stata una delle conquiste più sicure della nostra tradizione, viene messo pesantemente in discussione dalla presa di coscienza del fatto che non può più essere considerato un procedimento immutabile ed universale, ma ha bisogno di esser riesaminato da un punto di vista meno astratto e più attento alle implicazioni teoriche concrete, che esso può avere sulle scoperte scientifiche.

Nei primi anni del Novecento la teoria della relatività e in seguito la meccanica quantistica hanno messo in discussione tutta la struttura teorica della fisica, disciplina madre del tradizionale metodo scientifico.

Il paradigma metodologico empirista, inseguito da ogni disciplina sperimentale fino a quel momento, viene rivoluzionato da una vera e propria svolta epistemologica, che porta il fisico a ‘riscoprire’ il ruolo dell’osservatore come indispensabile nella formulazione teorica.

Scrive Morowitz, “le implicazioni del paradigma che si stava sviluppando sorpresero moltissimo i primi fisici quantistici e li indussero a studiare l’epistemologia e la filosofia della scienza.[…] Non era mai accaduto, nella storia della scienza, che tutti i ricercatori più eminenti  scrivessero libri e articoli per esporre il significato filosofico e ‘umanistico’ dei loro risultati.”

M. Armezzani, Esperienze e significato nelle scienze psicologiche, Editori Laterza, Bari 2002, p. 29.

Se nei due secoli precedenti l’induttivismo era riuscito a resistere, adesso viene minato alle sue fondamenta dalla consapevolezza che qualsiasi ricerca scientifica, anche quella empirica ed oggettiva, non può prescindere dal riconoscere l’inseparabilità tra soggetto osservante ed oggetto osservato, coscienza e dato, teoria ed esperienza.

Così, mentre una nascente psicologia sperimentale seguiva i dettami del tradizionale determinismo positivista per individuare il proprio oggetto di studio, la fisica si ritrovava di fronte a ciò che fin dal principio aveva escluso dalla propria indagine: il soggetto.

L’epistemologia contemporanea, in questa nuova atmosfera, in cui il dibattito filosofico viene riaperto, e niente è dato più per scontato, riflette il carattere rivoluzionario delle scoperte teoriche, sollevando importanti questioni metodologiche, che rischiano di capovolgere l’intero sistema di valori dell’impresa scientifica.

Epistemologia e Psicologia

Molte correnti della psicologia contemporanea si sono quindi opposte alla concezione naturalistica della scienza e sono state definite per questo ‘post-moderne’. In modo alquanto generico, con questo termine, ci si riferisce “a tutte quelle correnti culturali (artistiche, filosofiche, scientifiche) che riconoscono l’insufficienza  del pensiero ‘moderno’ nel rendere conto della condizione umana e attribuiscono il fallimento a un eccesso di razionalismo, alla fiducia cieca e totalizzante nella scienza [e nel metodo scientifico] e nel progresso cumulativo delle conoscenze”.

Tale approccio post-moderno rivendica “la possibilità di una conoscenza priva di fondamenti certi e assoluti, la molteplicità delle prospettive, la costruzione sociale dei saperi

Le difficoltà implicite nell’epistemologia tradizionale, diventano evidenti in campo psicologico, nel momento in cui bisogna individuare l’oggetto di studio scientifico.

La metodologia classica ignora le problematiche inerenti al trattare come oggetti esterni, come cose, i pensieri, i quali per loro natura hanno qualità prettamente soggettive.

Il metodo sperimentale fissa, registra e misura le caratteristiche mutevoli e sfuggenti della psiche umana attraverso un approccio riduzionistico, ovvero riducendo la complessità dei fenomeni osservati e utilizzando teorie pre-esistenti, che hanno il compito di inquadrare e spiegare tali fenomeni. Tuttavia, come vedremo, questo porta a contraddizioni, paradossi e aporie di non facile risoluzione, che hanno portato a un impasse nella ricerca, soprattutto per quanto riguarda la comprensione della coscienza, da un punto di vista scientifico.

Al contrario, il costruttivismo psicologico, che caratterizza le discipline post-moderne, ma che riprende anch’esso antiche tradizioni culturali, si oppone radicalmente a questo modo di procedere, sottolineando la natura ipotetica e provvisoria delle teorie: le teorie non rispecchiano mai in modo assoluto e ontologico la realtà, ma sono sempre un prodotto dell’intelletto umano, destinate ad evolversi e modificarsi con esso. 

L’unica possibilità di conoscenza scientifica, in questa prospettiva, è la costruzione di ipotesi che possono dimostrare la loro validità soltanto nel confronto con altre ipotesi e nelle prove dell’esperienza, ma, in quest’ottica, non viene intesa solo l’esperienza sperimentale e oggettivabile, bensì l’esperienza totale del ricercatore, ossia tutte le sue esperienze significative, incluse quelle soggettive della vita quotidiana.

Secondo questa prospettiva il lato soggettivo della conoscenza non deve essere tralasciato, in quanto fonte di disturbo nella reale comprensione della realtà, ma, al contrario, è la base ineludibile da cui inizia qualsiasi ricerca, poiché ogni ricercatore è, prima di tutto, un soggetto. 

Le cose si presentano sempre come fenomeni e i fenomeni assumono connotati differenti in base al punto di vista di chi li osserva, punto di vista che non può che essere situato e soggettivo. Seguendo questa tesi epistemologica, la conoscenza “come rappresentazione interna della realtà”, ovvero la conoscenza oggettiva delle ‘cose in sé’ , è un’illusione, dovuta ad un modo di concepire e vedere la realtà troppo semplicistico, definito dai costruttivisti ‘realismo ingenuo’. 

Per i costruttivisti la conoscenza “non rappresenta gli eventi, ma li anticipa attraverso le sue strutture, e con ciò, li costruisce”, essa è quindi necessariamente dinamica ed ipotetica.

Quindi la verità non è una proprietà intrinseca della natura, dato da uno ‘stato di cose’, esistente in sé, bensì è il risultato del modo di percepire la realtà, che noi riteniamo giusto: è l’insieme mentale che culturalmente viene accettato.

Ci rendiamo conto che il costruttivismo è totalmente incompatibile con il pensiero tradizionale, in quanto ne critica i presupposti fondamentali: ovvero la possibilità di una vera conoscenza indipendente dal soggetto conoscente, e l’idea di poter rappresentare la realtà ontologica delle cose. In questa prospettiva “ciò che conosciamo dipende da come siamo arrivati a conoscerlo, la nostra visione della realtà non è più una vera immagine di ciò che si trova fuori di noi, ma viene inevitabilmente determinata dai processi mentali attraverso i quali siamo arrivati a formulare una visione”.

La psicologia contemporanea presenta al suo interno entrambi gli approcci conoscitivi, infatti da un lato segue il paradigma naturalistico, o ‘moderno’, con la sua tradizionale  ricerca sperimentale, mentre dall’altro tale paradigma viene criticato alle fondamenta dalle correnti costruttivistiche, o ‘post-moderne’, le quali utilizzano una metodologia prevalentemente descrittiva. Ma tale scontro non riguarda divergenze teoriche su determinati argomenti o aspetti della ‘materia’ psicologica indagata, bensì è un opposizione che “investe il modo fondamentale di concepire la conoscenza e gli stessi oggetti di studi”.

Le questioni sollevate da questo scontro, come scrive Maria Armezzani, “non potranno mai avere una risposta ‘esatta’, dedotta, cioè, da criteri prestabiliti, perché esse riguardano proprio questi criteri”, ed è per questo che von Foerster le definisce ‘questioni indecidibili’. 

Come scrive Jerome Bruner, “questi due modi di pensare, pur essendo complementari, sono irriducibili l’uno all’altro”, o forse, come direbbe Feyerabend, sono incommensurabili tra loro.

Tuttavia questa interrogazione è indispensabile per lo sviluppo della psicologia e la proposta metodologica di Feyerabend di procedere ad un’analisi antropologica dell’epistemologia contemporanea, ovvero considerando la sua genesi e il contesto culturale e storico in cui è inserita, non sembra fuori luogo.

Tale ricerca potrebbe mettere a confronto queste diverse forme di pensiero, non per trovare un vincitore, ma per chiarirne le possibilità e i limiti, in quanto “qualsiasi tentativo di ricondurli l’uno all’altro o di ignorare l’uno a vantaggio dell’altro- come scrive Bruner – produce inevitabilmente l’effetto di farci perdere di vista la ricchezza e la varietà del pensiero”. Il punto di vista antropologico potrebbe far emergere nozioni culturali implicite, invisibili alla tradizionale razionalità scientifica, e fornire concezioni alternative con cui analizzare le fondamenta della nostra cultura.

Dietro ogni teoria e formulazione teorica c’è un comunità concreta di ricercatori, studiosi, scienziati con un determinato background culturale, fatto di aspettative, convinzioni sul mondo, vissuti che influenzano la propria prospettiva sul mondo, spesso in modo irrazionale.

Questo vale, ovviamente, anche per la psicologia.

D’altra parte, come aveva già sottolineato Binswanger tanti anni fa: “Se c’è una cosa che va fatta in modo antropologico, questa cosa è proprio la fondazione della psicologia”. 

Mettersi d’accordo sulla realtà

Senza la pratica scientifica, l’epistemologia diviene “schema vuoto”, come scrisse Albert Einstein; d’altra parte, senza filosofia, l’epistemologia può conseguire solo risultati sterili.

Per comprendere la psicologia, quindi, ci affideremo alla prospettiva della fenomenologia ermeneutica in costante dialogo con la psicologia cognitiva post-razionalista, all’interno di un’epistemologia evolutiva (Campbell 1974) e costruttivista.

L’approccio Post-Razionalista è un ambito di ricerca e pratica clinica che connette saperi in apparenza lontani quali la fenomenologia ermeneutica, le neuroscienze, la psicologia cognitiva e la sociologia per ri-definire e ricomprendere l’esperienza pratica di vita, la traiettoria dell’identità personale, e fornire un senso ‘esistenziale’ e storico alla sofferenza e ai sintomi clinici più diffusi nella pratica clinica.

Tale ri-comprensione avviene all’interno di un quadro concettuale in grado di far dialogare l’esperienza in prima persona dei pazienti con gli odierni dati ‘oggettivi’ della ricerca scientifica.

 

Bibliografia 

M. Armezzani, Esperienze e significato nelle scienze psicologiche, Editori Laterza, Bari 2002

G. Boniolo, M. Dalla Chiara, G. Giorello, C, Sinigaglia, S. Tagliagambe, Filosofia della scienza,  Raffaello Cortina Editore, Milano 2002.

Battacchi, M.W. (2006). La conoscenza psicologica. Carocci editore S.p.A.: Roma.

Campbell, D. T. (1974). ‘Downward Causation’ in Hierarchically Organised Biological Systems”, in F.J. Ayala & T. Dobzhansky (Eds.), Studies in the Philosophy of Biology. University of California: Berkeley.

Legrenzi, P. (1980). Storia della psicologia. Il Mulino: Bologna.

S.Tagliagambe, L’epistemologia contemporanea, Editori Riuniti, Roma 1991

Zingarelli, N. (2000). Vocabolario della lingua italiana. Zanichelli Editore: Milano

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